Religioni e identità nel mondo globalizzato

Identità e religioni a confronto possono trovare punti di incontro nel processo di globalizzazione del secolo XXI.



L’insormontabile limitatezza dell’individuo si concretizza nel suo essere immerso in un sistema culturale che lo avvolge sottraendolo all’alterità delle altre culture e inducendolo a giudicare queste ultime attraverso le proprie categorie di pensiero.

Chiedersi se un confronto tra identità culturali sia possibile nel secolo che, dopo aver accelerato le velocità, ha compresso il tempo, risulta fondamentale ma, ancora prima, dobbiamo riconoscere che un singolo non sarà mai in grado di risolvere la questione, per farlo dovrebbe sradicarsi dalla propria cultura a favore di un’oggettività, in ultima analisi, inumana.

La ricerca della possibilità di un confronto necessita quindi di un’apolide culturale.

Prima di addentrarci nella questione dobbiamo chiederci cosa si intenda per globalizzazione, secondo il sociologo Paolo Barbieri si tratta di “un luogo unico, coeso, interconnesso fra le sue parti, che va colto nella sua totalità”. Quindi, un sistema biologico, non più una macchina ma un essere vivente individuabile in un Uno panteistico. A questo punto ci si potrebbe chiedere se la globalizzazione connetta o annienti, se sia l’incarnazione della singolarità che dai buchi neri si è spostata in rete.


Quando parliamo di identità e religione dobbiamo integrarle all’interno di un tutto, riconoscerle come elementi della cultura, il confronto di elementi implica quindi confronto di culture; per spiegare questo incontro la fisica parlerebbe di urti tra culture, elastici, in caso lo scontro finisse per allontanare i due corpi oppure anelastici, in caso creasse un contatto permanente, la fusione di due masse in un unicum.


È necessario mediare tra questi due fenomeni per trovare l’unico possibile punto di contatto tra culture, un urto abbastanza forte da non lasciare i due corpi indifferenti ma incapace di fondere le culture, perché la fusione totale implicherebbe elisione di parti e torneremmo al colonialismo di un sistema di pensiero sull’altro.


A giustificare la nostra posizione corre in soccorso la storia che ci ricorda come ogni incontro anelastico di culture si sia consumato nel sangue: in Sudamerica, in India, ad Auschwitz, in Cambogia, in Ruanda, ma anche nella quotidianità vediamo lo scontro disordinato e caotico di culture, quando un, o una, occidentale giudica la scelta di una donna musulmana di indossare il velo, quando, durante un viaggio negli Stati Uniti, ridiamo della riproduzione di una tenda dei nativi dimenticandoci chi si sia arrogato il diritto “magnanimo” di civilizzare una cultura di “selvaggi”.


Se c’è un periodo storico in grado di promuovere l’incontro tra culture quello non può che essere il XXI secolo proprio attraverso la globalizzazione, incontro però non significa confronto, in questo senso l’uomo occidentale, abituato dalla sua storia a concepirsi come unico portatore della cultura, deve accettare che i confini dell’umano non si identifichino con i confini dell’Occidente per riuscire a proiettarsi oltre il proprio orizzonte culturale.


Il confronto tra religioni, essendo queste elementi di sistemi più complessi, porta dunque al problema dell’alterità culturale, perché due apparati possano davvero incontrarsi senza mutilarsi ma scalfendosi, conoscendosi, devono superare le proprie categorie di pensiero. Per comprendere una religione diversa dalla nostra siamo costretti ad allontanarci dai giudizi in cui siamo immersi, per apprezzare l’arte africana dobbiamo dimenticare la concezione classica di arte a cui siamo abituati.


Secondo lo storico delle religioni Ernesto de Martino con la scoperta del nuovo mondo siamo passati da un umanesimo filologico, che cercava di comprendere la nostra civiltà partendo dalle sue radici e analizzandone il percorso storico, a un umanesimo contemporaneo, etnografico che non comporta più un viaggio nel tempo, ma un viaggio nello spazio.

Dalla ricerca delle origini al confronto del nostro modo di essere uomini con altri modi di essere uomini esistenti nello spazio.

È dunque possibile un confronto tra elementi di sistemi culturali diversi per origine e processo formativo purché questo risulti efficace ma non distruttivo, già Rousseau auspicava un viaggio volto allo studio degli uomini e dei loro costumi invece che delle piante e delle pietre, per guardare da una prospettiva lontana la cultura in cui siamo immersi e provare a conoscerne aspetti intangibili dall’interno.


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