REGENI e ZAKI: andrà tutto bene?

Giulio Regeni, giovane brillante ricercatore italiano nato in provincia di Udine, dopo aver studiato negli Stati Uniti e in Inghilterra, si reca in Egitto per svolgere alcune ricerche di analisi politiche per conto di una società privata e per un dottorato presso l’Università americana del Cairo.

Il 26 gennaio 2016, anniversario delle proteste di piazza a Tahrir, Giulio deve trovarsi con alcuni amici per festeggiare un compleanno. Quella sera stessa viene rapito e poi ritrovato senza vita in un fosso il 3 febbraio nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani.

Il corpo presenta segni di pestaggio e di torture inaudite al punto che venne riconosciuto dalla madre solo dalla punta del naso. Ha diverse fratture ossee, abrasioni e bruciature di sigarette e sulla pelle gli sono state incise alcune lettere dell’alfabeto, tortura praticata solitamente dalla polizia egiziana.

Secondo i magistrati il movente dell’omicidio può essere collegato alle attività del giovane a favore del sindacato indipendente dei rivenditori di strada e in particolare alla richiesta di un finanziamento a una fondazione inglese.

Il governo di Al. Sisi è stato messo sotto accusa fin dall’inizio dall’opinione pubblica, provocando forti tensioni diplomatiche con l’Egitto.

Vengono avviate due inchieste parallele: dalla Procura di Roma e dalla Procura del Cairo con vari incontri tra gli inquirenti. Secondo il Parlamento Europeo l’omicidio di Regeni non è un caso isolato, ma uno dei tanti accaduti in Egitto negli ultimi anni. Amnesty International ad esempio ha denunciato le condizioni disumane nelle carceri egiziane in un rapporto pubblicato in occasione del decennale delle rivolte della Primavera araba. Il rapporto descrive le esperienze di 67 persone in detenzione, dieci delle quali morte in carcere e due poco dopo essere state rilasciate. Lo studio è stato condotto tra il febbraio e il novembre 2020 e si è concentrato su 16 carceri.

Amnesty ha rilevato che i prigionieri vengono tenuti in condizioni squallide e ricevono cibo malsano; non c'è un accesso adeguato all'assistenza sanitaria; il sovraffollamento, la scarsa ventilazione e l'accesso limitato all'acqua e ai servizi igienici hanno portato inevitabilmente a focolai di coronavirus. Il rapporto ha anche rilevato che ad alcuni prigionieri è stato deliberatamente negato l'accesso all'assistenza sanitaria a causa delle loro affiliazioni politiche. Ad attivisti politici e a difensori dei diritti umani sono stati negati i trattamenti di base disponibili per altri detenuti.

La svolta delle indagini per Regeni arriva nel dicembre 2018, quando la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati cinque militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro del giovane.

Nel maggio 2019 un testimone ha rivelato che Regeni è stato ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese.

Il processo per l’omicidio di Giulio si svolgerà in Italia con le garanzie italiane.

Patrick Zaki un giovane ricercatore attivista egiziano impegnato nella difesa dei diritti umani (in particolare delle minoranze oppresse in Egitto) è stato arrestato il 7 febbraio 2020.

Il ricercatore, nato in Egitto da genitori di religione ortodossa copta, si è iscritto all’Università di Bologna dove frequentava un master Erasmus Mundi.

In occasione delle elezioni presidenziali egiziane del 2018 Zaki è stato uno degli organizzatori della campagna elettorale di Khaled Ali, avvocato attivista impegnato nella difesa dei diritti umani che in seguito ha ritirato la candidatura per intimidazioni. Inoltre ha fatto parte dell'associazione per la difesa dei diritti umani con sede al Cairo.

Tornato in Egitto per una vacanza, all'aeroporto del Cairo è stato arrestato con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie e propaganda al terrorismo, di fatto per il suo sostegno per associazioni LGBT e per incitamento contro lo Stato egiziano.

Il suo avvocato ha comunicato che il ragazzo è stato bendato, torturato per diverse ore e interrogato sul suo presunto legame con Giulio Regeni. Invece la Procura di Mansura dichiara di aver constatato il suo stato di salute e che il ragazzo non presentava nessuna ferita sul corpo, fatto confermato anche dal Procuratore Generale dell'Egitto

Ora è detenuto nel carcere di Tora, uno dei peggiori al mondo per i sistemi di torture utilizzate sui prigionieri.

Il governo italiano si è subito mobilitato per aiutare il giovane ed anche Amnesty International ha promosso una campagna di raccolta firme per la sua scarcerazione.

Nei giorni scorsi la Corte di Assise del Cairo ha rinnovato di altri 45 giorni la detenzione del ricercatore. I legali del ragazzo hanno chiesto un cambio dei giudici per evitare un accanimento giudiziario, richiesta naturalmente respinta. Il ragazzo è molto provato e visibilmente dimagrito; è riuscito ad avere un solo incontro con la madre. Anche la diffusione del Covid ha rallentato e peggiorato la situazione.

L’opinione pubblica crede che Patrick sia un prigioniero detenuto solo ed esclusivamente per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social.


Sulla vicenda del ricercatore l’attenzione internazionale è ancora molto alta e molte persone si sono mobilitate per la sua scarcerazione, ma per ora la sua custodia cautelare viene prorogata in continuazione.


«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» 


proclama la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 firmata anche dall’Egitto: come sempre le Costituzioni o le Dichiarazioni risultano lettera morta per bieche ragioni di Stato o ragioni di potere. Capi di stato e governi violano quotidianamente le più elementari regole di rispettosa convivenza attraverso mezzi considerati lesivi della dignità umana, torture, condanne a morte, soprusi, violenze di ogni genere: nonostante l'ondata di proteste e rivolte in tutto il Medio Oriente di dieci anni fa, che ha portato alla caduta dell'ex Hosni Mubarak, le autorità egiziane, secondo Amnesty, continuano “ad arrestare decine di migliaia di critici e oppositori del regime”. A causa di questa politica di arresti su larga scala, i prigionieri sono costretti a vivere in appena 1,1 metri quadrati di superficie in ciascuna nelle carceri esaminate. Spazi ridottissimi rispetto agli standard del Comitato internazionale della Croce rossa che raccomanda almeno 3,4 metri quadrati per prigioniero. Ci sono anche prove che le autorità carcerarie “prendono di mira prigionieri arrestati per motivi politici” negando loro cibo adeguato o visite familiari.


E sono anche i familiari ad essere trascinati in un vortice di disperazione misto ad impotenza che fa dire ad un esperto di situazioni simili, lo scrittore Hisham Matar,

“sentivo il mio cuore contrarsi e rimpicciolirsi. Il dolore rattrappisce il cuore. E questo è, credo, uno degli obiettivi. Fai sparire un uomo per metterlo a tacere, ma anche per restringere la mente di quelli che rimangono, per corrompere l’anima e limitarne l’immaginazione. Quando Gheddafi ha preso mio padre ha messo me in uno spazio non più grande della cella in cui era lui.”

Molto probabilmente Jaballa Matar, il padre, morì nell’eccidio della prigione di Abu Salim del 1996, insieme ad altri 1.270 detenuti. Li uccisero a gruppetti, poco alla volta. Il primo gruppo morì per una granata lanciata da uno dei carcerieri, poi seguirono tutti gli altri. I cadaveri, racconta uno zio di Hisham Matar che fu testimone della strage, furono lasciati marcire al sole per quattro giorni e poi gettati in una fossa comune. Lì era la Libia, per Giulio e Patrik l’Egitto!


Già Dante, exul inmeritus, settecento anni fa, tuonava contro la violenza della legge, la trasformazione dell’avversario politico in criminale, il tentativo di cancellarlo diffamandolo. Dante imparò per la sua coerenza


“come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale”, 

Giulio è morto, Saviano sotto scorta.

Stavolta andrà tutto bene a Patrik, ancora sotto tortura?




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