Natale con il Covid, Pasqua con chi vuoi


Provate a immaginare se, costretta nella dimora coniugale, Clara del Valle non fosse potuta scappare dal violento marito per rifugiarsi nella “casa dell’angolo” come scritto dalla penna di Isabel Allende ne La casa degli spiriti; ignari delle dinamiche cui avremmo assistito se il romanzo fosse stato ambientato durante una pandemia, possiamo solo immaginare un finale diverso.

Piacenza, quattro gennaio duemila ventuno, i tetti innevati che si stagliano sul cielo invernale e un orizzonte così vicino da essere opprimente, costituiscono l’immagine del mondo esterno che si è fossilizzata nella mia mente da giorni.

Esisterà ancora la via dietro casa o avranno smontato il set, tipo The Truman show?

Ma partiamo dall’inizio.

La domenica prima di Natale io e la mia famiglia, di fronte alle avvisaglie della febbre, abbiamo contattato il medico di base, martedì mattina eravamo già al telefono con l’Ausl di Piacenza che, lo stesso giorno, ci ha mandato un medico e un infermiere USCA per fare i tamponi. Meno di 24 ore dopo avevamo il risultato, saranno stati gli anticorpi del gerundivo, sarà stato il grande fratello dell’mRNA, dei nostri quattro eroi l’unica negativa ero io.

Ed ecco che è cominciato il mio ironico calvario domestico, confinati gli appestati, che un tempo chiamavo familiari, al piano di sopra, ho disinfettato il primo piano e mi sono calata nella parte di Matt Damon in The Martian, con l’unica differenza che, invece di coltivare patate, io bruciavo risotti e candeggiavo maglioni.

Immersa nella mia personale saga familiare ho affrontato un Natale inusuale, dopo aver scaldato brodo e anolini salvifici inviati dalla nonna, mi sono seduta a tavola davanti a una chiamata di meet, in solitaria; conscia del sottile confine tra “stasera ceno con latte e biscotti” e un abbruttimento livello Neanderthal mi impongo di mangiare in cucina e di non rinunciare all’aspirapolvere.

Escludendo l’esperienza culinaria sulle devastate papille gustative di mia sorella, che mi ha fatto rivalutare la mia imberbe autonomia, la saga continua senza danni inenarrabili, quasi ogni giorno riceviamo messaggi di aggiornamento dei nostri fascicoli sanitari elettronici e chiamate dall’Ausl a cui riferiamo parametri come temperatura, saturazione dell’ossigeno e pulsazioni.

Secondo tampone, ed eccomi positiva, costretta davanti allo stesso ripetitivo spettacolo della finestra per altri 11 giorni, ma entusiasta di non dover affrontare Capodanno in videochiamata dalla cucina al lazzaretto.

Al terzo tampone, siamo ancora positivi, a questo punto le videochiamate con l’esterno sono diventate la quotidianità e l’agognatissima meta del 7 gennaio si allontana; realizzo che finirò di scambiare regali di Natale a marzo e che la mia libreria e Netflix non offrono abbastanza distrazioni per tutto il tempo libero che ho a disposizione.

Avendo avuto modo di riflettere sulla mia presente situazione, posso ritenermi immensamente fortunata di aver passato il virus quasi da asintomatica e di non aver contagiato persone più a rischio di me, il servizio sanitario locale ha fatto sentire me e la mia famiglia seguiti quotidianamente e in buone mani, smorzando la sensazione di pericolo che mi aveva investita.

Non mi resta che chiamare Isabel Allende per i diritti sulla saga, ma sono certa che trasformerà queste settimane in un romanzo grandioso, le invierò i dettagli quando avremo un finale.


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