Lettere dal fronte

Aggiornato il: apr 27

Parole di giovani respighiane che dimostrano come, ancora una volta, la scrittura diventi un amico nei giorni in cui il senso di solitudine ci opprime, una luce nel buio di desideri inappagati e libertà quando proprio liberi non siamo. 
Ecco alcune lettere dal fronte di una guerra che stiamo combattendo tutti e che ci vedrà, prima o poi, vincitori. 


Strade per lo più desolate.

Supermercati svuotati nel giro di pochi giorni.

Mascherine in viso.

Edifici pubblici chiusi.

Stare ad almeno un metro di distanza.

Mi sembra di vivere un film distopico.

È impensabile come un solo virus abbia messo così sull’allerta le persone.

È impensabile come la gente usi il virus come modo per evadere dal carcere, dalle proprie pene.

È impensabile come un solo virus abbia portato non solo morti, ma, anche tanta ignoranza e razzismo.

Atti di violenza, verbale e fisica, contro persone con gli occhi a mandorla.

Quindi a te che ti nascondi dietro una mascherina, a te che hai racimolato di tutto dai supermercati, a te che vorresti scappare da tutti questi contagi: allora non criticare chi scappa dalla guerra e dalla povertà.

Perché, per la prima volta, la paura ti ha fatto veramente capire cosa vuol dire provare paura. E quando tutto questo finirà, continuerai a criticare queste persone oppure ti metterai sul loro stesso piano...


Valentina Giglio



Cammini. Silenzio. Solitudine. Il rumore assordante di una sirena ti stringe il cuore e ti scaraventa sott’acqua: non riesci a risalire, i tuoi movimenti sono incontrollati ma rallentati e ti manca il respiro. Ma non vedi il tuo nemico. Questo resta invisibile, impercettibile e dai contorni flebili e sfumati, è musica di sottofondo in una vita che fatica a restare normale. Ma il diavolo è proprio in quei dettagli contro i quali resti perennemente disarmato, e più ti nascondi per preservare invano la tua integrità e raccogliere i pezzi delle tue emozioni che iniziano a sgretolarsi, più apri la strada al nemico mostrandogli la via verso il tuo cuore e donandogli le chiavi della tua dimora.

Ed è proprio quando una persona cara diventa un numero, l’ennesimo paziente ricoverato, quando capisci di dover lasciare la mano a chi hai amato di più, quando non puoi più salutare chi se n’è andato e quando l’affetto viene a mancare che ti rendi conto di non aver osservato bene. Ti rendi conto di vivere una vita che non ti appartiene, comprendi di essere spettatore in un film in cui il nemico celato è ora protagonista e il sottofondo è colonna sonora. Ma non è il momento di dare la colpa. Non è il momento di pensare a cosa si sarebbe potuto fare... o dovuto. Il passato è andato e più tocchi una ferita più questa diventa profonda, perché l’unica cosa che la guarisce davvero è il tempo. Nonostante faccia buio nella vita di tutti, è il momento di dissotterrare quel sole tenuto da parte, superare la barriera della paura e fare un grande passo avanti. È certamente molto semplice perdersi o inciampare durante la via, come probabilmente è già successo, ma siamo uomini; e come Terenzio insegna, Homo sum, humani nihil a me alienum puto, e non esiste cosa più umana della possibilità di commettere degli errori. Ma è l’umanità che ci permette di osservare dalla finestra quel paesaggio che in fondo non è più banale, quella strada che sembra ora nuova anche se percorsa tutte le mattine, quel fiore che non puoi cogliere e quella realtà quotidiana ora messa in pausa. Ogni scelta della nostra vita è importante e ogni istante è troppo breve per pensare a come agire: è sempre un buon momento per ascoltare il nostro cuore e la vita è troppo piena e frenetica per contenere anche dei rimpianti. La nostra umanità è quella banalità che ora è di primaria importanza per uscire insieme da questo Inferno, perché come dice Dante, proprio alla fine dell’Inferno, usciremo a riveder le stelle.


Isotta Magistrali



Quel venerdì ero in ospedale per seguire il percorso di alternanza scuola-lavoro, quando si sparse la notizia che un cittadino di Codogno era risultato positivo al test. Mi riferirono il fatto in un modo così solenne che mi sembrava quasi ironico; non ci feci molto caso: da quando il covid-19 aveva preso piede in Cina, avevo sempre sostenuto che i media dessero fin troppa importanza a questo virus, che spesso poteva passare inosservato come un’influenza stagionale.

Ritornai a casa solamente la sera, e, nel tempo di un minuto tutte le notizie di quel giorno mi si riversarono addosso: sentii tutti i telegiornali spiegare che si erano scoperti altri sei o sette casi, e continuavano ad aumentare. Nel giro di poco fu il panico più totale in ogni città: corse ai supermercati, amuchina e mascherine a ruba (la maggior parte delle quali, in realtà, ho capito essere inefficaci); questo virus era sulla bocca di tutti, ma credo che nessuno in realtà sapesse ciò che sosteneva. Mi sembrava come se si fosse persa l'umanità e si fosse tornati allo stato di natura di Hobbes, dove l’uomo pretende di godere da solo dei beni comuni e ha diritto su tutto e tutti, pur di salvaguardare la propria vita.

Hanno chiuso le scuole e i negozi per evitare raggruppamenti, ma, nonostante le varie ammonizioni, i raggruppamenti ci sono stati eccome: di giorno in giorno sempre più persone, prese dal panico, hanno fatto scorte di cibo, oppure di fretta sono salite sul treno per tornare a casa. Mentre ascolto queste notizie, mi sembra quasi di essere in una situazione apocalittica, dove il senso civico si è perso insieme al senno. Ora come ora, nel bel mezzo di questa quarantena, le parole, pressoché inutili, hanno dato spazio ad uno strano silenzio, dove la tensione si taglia col coltello, e, con una sorta di rassegnata consapevolezza, si cerca di adattarsi alle quattro mura delle nostre case, che sembrano sempre più strette.

Ma questo è necessario per proteggere noi stessi e gli altri e sostenere nel miglior modo possibile chi lavora in prima linea contro tutto ciò e aiuta chi in questo momento sta soffrendo su un lettino. In questo momento, dove il massimo concetto di uscita che possiamo avere è quella sul balcone, dobbiamo puntare ad essere (metaforicamente) più uniti di quando l'Italia ha vinto i mondiali nel 2006, nella speranza di tornare il più presto a mangiare i cornetti al cioccolato al bar . <3

Mente Frecciarossa



LO SPORT AL TEMPO DEL CORONAVIRUS


È il 23 Febbraio e siamo sul pullman per il viaggio di ritorno dai campionati italiani. Stiamo seguendo le notizie attraverso il web, ma non sappiamo ancora niente di quello che potrebbe succedere e di quello che ci aspetterà una volta tornati a casa. Siamo a conoscenza del fatto che Piacenza è una delle zone più a rischio, ma non abbiamo idea di quanto possa essere grave la situazione nella nostra città. Arrivano le comunicazioni per la chiusura delle scuole e continua a salire il numero di contagiati.

I nostri allenatori cercano di distrarre i propri atleti, soprattutto noi grandi che abbiamo più capacità di capire il problema, ma nessuno dei presenti su questo pullman è tranquillo. Si percepisce un sottile filo di paura nell’aria, molti sono assorti nei loro pensieri, con le cuffie nelle orecchie e lo sguardo vitreo, altri cercano di smorzare la tensione guardando video divertenti, ma purtroppo sono in poche le persone che hanno voglia di parlare. Arriviamo a Piacenza, la città è deserta. Andiamo a letto con due sentimenti contrastanti dentro di noi: l’euforia che può generare salire sul podio davanti a tutta l’Italia e il pensiero che quei campionati avrebbero potuto essere gli ultimi dell’anno. Il giorno dopo il nostro allenatore ci dice che gli allenamenti sono sospesi insieme alla seconda tappa dei campionati italiani e alla coppa del mondo. Passano giorni, ma la possibilità di allenarsi si allontana sempre di più. Per un atleta che è abituato ad allenarsi tutti i giorni ed a gareggiare tutti i fine settimana è estenuante dover rimanere chiuso in casa senza potersi muovere o avendo poca possibilità di fare movimento, ma la situazione che stiamo vivendo è critica perciò non possiamo che sperare che questo terribile momento finisca cosicché si possa tornare alla normalità e, parlando da sportiva, si possa tornare ad allenarsi ed a gareggiare.


Alice Ferri



IMPRESSIONI DI UNA PANDEMIA


Mi sono sempre chiesta che cosa si provasse ad essere dentro ad una trincea, sapendo che se non saranno le pallottole del tuo nemico a trafiggerti, sarà il ricordo dei tuoi compagni caduti.

Sembrerà curioso, ma il vero titolo che vorrei dare a questa testimonianza è: ”Un punto”. Una volta una persona mi disse che se avesse dovuto rappresentare la sua vita su di un foglio avrebbe disegnato un punto. All’inizio non capii. C’è chi avrebbe raffigurato una casa, chi degli omini stilizzati con sopra un cuore, chi un oggetto che lo rappresentava... Ma perché un punto?!? Il punto è ciò che di più anonimo possa esserci!

Vedete, è tutta la giornata che, con una disumana regolarità, sento l'avvicinarsi e poi l'allontanarsi di strazianti urli di sirene, che trafiggono questo periodo un po’ sospeso.

Mi chiedo quante di quelle ambulanze stiano passando, quante persone che seguivano lo scorrere delle loro vite si siano viste sconvolte da qualcosa di più grande, qualcosa che rimarrà nella storia.

In questi giorni stanno girando sui social i passi in cui Manzoni descrive la peste del Seicento e incredibilmente, dopo quattro secoli, la grande storia ha colpito di nuovo quella che allora poteva essere la vita di due umili contadini e che oggi potrebbe proprio essere la nostra.

L’ incredibile di questa faccenda apocalittica, ciò che non avrei mai pensato, è che mettere in pausa la nostra vita e costruire dei muri ci avrebbe fatto sentire, per la prima volta in tanti anni, parte di qualcosa più grande, parte di una stessa bandiera, parte delle stesse canzoni.

Mi domando ogni volta quante di quelle sirene sarebbero potute rimanere spente, quante persone avrebbero potuto godersi il loro tempo in santa pace, oppure se ci sia un vero colpevole per tutto questo.

Non so se coloro che leggeranno questo scritto potranno anche solo lontanamente immaginare quanto l'urlo di quelle sirene abbia il potere di pietrificare la mente tra l'istante in cui lo si percepisce in lontananza e quello in cui l’ultimo acuto viene coperto dal silenzio o dal rumore di un camion di passaggio...

Devo ammettere che ormai ogni giorno è come un altro. Il mondo è stato messo in pausa...ma chi ha detto che tutti abbiamo smesso di combattere?

Guardo la strada deserta dalla finestra, ripenso a questi giorni. Suona la sveglia, mi alzo, bevo il caffè, leggo il giornale. E percepisco un mucchio di parole lette e rilette, disagio, fastidio: è una situazione scomoda.

Sono figlia di una generazione fortunata, vivo in un mondo globale, dove tutto è a portata di mano, dove tutto è dannatamente veloce, dove tutti hanno ragione e tutti torto, dove nessuno e in grado di capire dove si trovi realmente la verità. Ma soprattutto sembra quasi che ai miei coetanei nulla faccia realmente paura... E non c’è niente di più temibile di qualcuno che si crede invincibile.

Forse è proprio qui che abbiamo tutti sbagliato: abbiamo preteso di esser rimasti sani in un mondo malato.

E’ qui, in questa possibilità, in questo dualismo tra malessere e benessere, che la vita sprigiona tutto il suo essere. Io farò la mia parte e spero che tutti riusciremo ad uscire presto da queste pareti che ci proteggono.

In questa quarantena sono arrivata ad una conclusione: ricchi, poveri, giovani, vecchi, felici o infelici, a tutti è toccata la stessa sorte. Spero che questa situazione paradossale abbia fatto capire a molti che non importa da dove si viene o cosa sia fa per vivere: siamo tutti esseri umani, nonostante le imperfezioni.

Alla fine siamo tutti punti, tasselli infinitesimali di un'unica società che non si arrende.

Per una volta almeno, in questa trincea, siamo tutti sullo stesso fronte.

Elettra Ronca






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