L'ecologia ci sorride

Costantemente bombardati da informazioni, siamo a dir poco disinformati.

La pretesa di usare la Rete per comprendere la realtà nella sua interezza è ormai un’illusione: le sue maglie sono troppe larghe e ciò che peschiamo ci sfugge puntualmente dalle mani.

Questi limiti sono ancora più evidenti quando si parla di ambiente.


Quante volte, in questi mesi, si sente parlare, in termini catastrofici, di ghiacciai che si sciolgono, di foreste in fiamme, di specie che si estinguono, di temperature all’impennata?


Lo scopo della notizia dovrebbe essere quello di informare in modo costruttivo, fornendo strumenti concreti per comprendere. Eppure l’informazione rischia di non risultare efficace, così come una parola ripetuta all’infinito si snatura del proprio significato o una gomma masticata troppo a lungo perde il suo sapore. La notizia, insomma, diventa un anestetizzante. Siamo talmente abituati a sentir parlare di come il mondo stia andando a rotoli che per noi, ormai, i cambiamenti climatici sono la normalità. Impotenti e demoralizzati davanti alle calamità a cui assistiamo in televisione, rimaniamo inchiodati al divano, inermi. Siamo vittime di un veleno somministrato pian piano, a piccole dosi.

Ma esiste un antidoto?


Di certo un giornale di un liceo di provincia non può indicare una verità assoluta, ma il punto di partenza è più logico e semplice di quanto non sembri: un cambiamento di prospettiva.

È di certo più costruttivo partire da ciò che ci è più conosciuto e vicino, premiando quelle iniziative individuali che, nel loro piccolo, rappresentano un passo avanti nel ridimensionamento del nostro rapporto con la natura.

Rovesciamo il paradigma, prima che sia troppo tardi: guardiamo alle azioni concrete; ricordiamoci che la natura non ci appartiene, ma siamo noi che apparteniamo alla natura. Dobbiamo capire che noi siamo la Terra. Partire dalla valorizzazione attiva del nostro territorio, parte integrante della nostra identità, è sicuramente un buon inizio. È ciò che hanno fatto due studenti del nostro liceo, Riccardo Fava (4A) e Gabriele Barbato (4B) che, insieme a un gruppo di amici, hanno realizzato un ricco documentario sulla flora e la fauna del Parco del Trebbia.


Seguendo il corso del fiume, hanno immortalato le specie locali tutelate, arricchendo il tutto con parole e musica. Il progetto ha riscosso un certo successo, tanto da essere premiato dai responsabili del Parco, alla presenza delle autorità.


Abbiamo realizzato questo progetto spinti semplicemente dalla nostra passione per la natura. Per noi è un hobby, un lavoro, un’occasione per fare sport”, spiega Riccardo. “Pensiamo che al momento il nostro territorio non sia molto valorizzato. La maggior parte delle persone non sa quasi nulla della natura del posto. Sono emotivamente distanti dal Trebbia, che in realtà è a pochi chilometri. Non sono abituate a vivere la natura nel modo giusto e a pensare che sia parte di noi”.


Il parco c'è, ma manca l’idea di parco”, aggiunge Gabriele, “Spesso non viene rispettato e questo è un problema per gli animali tutelati dalle normative. Ad esempio, la gente d’estate va a fare tranquillamente il bagno nel Trebbia: questo potrebbe disturbare l’Occhione, che in quel periodo nidifica sul greto.

In altre zone c’è sicuramente una maggiore attenzione”.

Molti si chiedono perché debbano proteggere l’Occhione o qualunque altra specie” continua Riccardo “senza capire che, tutelando l’ habitat, tuteli anche le persone. Il fatto che in tanti frequentino il Trebbia o anche semplicemente il Parco della Galleana è positivo, ma va fatto nel modo giusto”.


Questa la loro previsione: Sono ottimista sulla situazione locale, conclude Riccardo, “anche se probabilmente il nostro contributo è solo una goccia nel mare”.


Martina Gjika



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