Io nel pensier mi fingo



Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi…?

Silvia, rimembri ancora quando guardavi il mondo con occhi curiosi, pronta a farti sorprendere dal gioco della vita, mentre i problemi scivolavano via con le stagioni, la pioggia lavava i pensieri e il sole ridava energia? Rimembri ancora quell’altra vita che tutti avevamo prima di questa? Quando non c’erano orari, solo la sveglia alla mattina e la notte che attendeva di vederci vagare, nel buio, sotto le stelle fino a tardi, quando si usciva per ridere e non per fare la spesa, quando si stava fuori tutta la giornata e, una volta tornati a casa, si sarebbe voluto stare fuori ancora tanto, ma la casa era dolce casa e non l’unico posto in cui si era costretti a stare.

La situazione presente ci impone una vita che ci rende diversi, una situazione che non ci è nuova ma che ancora una volta non ci fa scappare da niente, non ci permette di fuggire e rifugiarci fuori, da qualche parte o da qualcuno.


Siamo fermi ad aspettare che il tempo passi, a fare del nostro meglio facendo niente. E interrogheremo la Luna, così come tanti uomini hanno fatto prima di noi:

che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?

E questa non ci risponderà, ma se dovesse proferir parola, si esprimerebbe con le stesse che già il pastore errante dell’Asia si rispose: il suo è un corso immortale, solo il nostro è un vagare breve.

In questo vagar mio breve non ho più voglia di aspettare che le ferite del mio paese si cicatrizzino, non ho più tempo da perdere chiusa in casa, non ho più la forza di sperare nel domani, perché so che anche il futuro non riserva sorprese, non esiste più la magia dell’imprevedibile, della magica attesa. Avviene forse così la sfiducia nel tempo, nel mondo, quella sfiducia di Leopardi che i critici hanno chiamato pessimismo cosmico. Quella del poeta era una vera e propria opposizione nei confronti dell’esistere che non è vivere, la dichiarazione di un’infelicità a cui l’umanità è costretta, un’avversione a quella natura maligna che inganna gli uomini da sempre, concedendo loro un innato desiderio infinito di felicità che poi viene invece negata proditoriamente; e nonostante la vita attiva permetta di dimenticare i mali, non resta che concedersi una contemplazione lucida e disperata della verità, l’arido vero che impone all’uomo un titanismo eroico: il formarsi di un patto sociale per cui gli uomini tutti fra sé confederati si stringono in social catena, in un patto di solidale aiuto e sostegno reciproco che dovrebbe annullare guerre, ostilità, rivalità. La Natura incombe sull’orgoglio umano, sulle presunzioni degli sciocchi che si ritengono forti e inamovibili, mentre basta un niente per fare crollare ogni stato, ogni conquista dell’uomo. Ma il poeta contrappone una visione laica che abbatte inutili superstizioni e che svela all’uomo la vera condizione del mondo, cui è conforto l’oro della ginestra, il simbolo di una dignità virile.


Possiamo scegliere anche noi di guardare il cosmo con sguardo rassegnato, fermo e lucido, contemplando tutto il vero che purtroppo ci circonda, scegliendo di abbandonarci a questa catastrofe e abituandoci, giorno dopo giorno, alla nuova realtà in cui viviamo.

Possiamo altrimenti fare meglio, tenendoci stretta l'essenza di ciò che siamo, senza permetterle di scivolare via in questo periodo rassegnato e sospeso.

Scegliere dunque ogni giorno d’essere ginestra, sull’orlo del vulcano, eroica e titanica nella sua fragilità, capace di piegare il capo, se serve, scomponendosi nell’attimo, ma pronta a resistere alle intemperie, convinta di non possedere onnipotenza, ma umile nelle difficoltà.

Nei momenti più ardui possiamo contare su noi stessi, sulla ritrovata forza che abbiamo dentro o sull’unione degli uomini, che, come sosteneva il titanico Leopardi, dovrebbero combattere uniti nelle angosce della guerra comune.


Talvolta però è arduo essere eroi, e allora mi rifugio nella prima visione poetica di Leopardi, l’unica che in questo momento di stallo permetta di fuggire, rintanandosi da qualche parte.

Nella solitudine della mia camera, al di là della tenda, tra una lezione di matematica e una di latino, lascio scivolare lo sguardo sul profilo delle case che scorgo dalla finestra: pur senza siepi, vi è un tetto che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ed è così che nel pensier mi fingo tutto ciò che due secoli fa Leopardi immaginava dal suo ermo colle. Mi concedo la sua visione del vago e dell’indefinito perché ho capito che in un periodo come questo siamo tutti ginestre; non dobbiamo essere sempre forti nel deserto della vita, ma se l’uomo ha coscienza del proprio stato e della condizione sociale in cui vive e resiste come l’odorosa ginestra che affronta persino l’assalto della lava, può allora possedere una forza morale che lo eleva ad esempio.

Possiamo così permetterci il lusso di lasciare spazio alla speranza, possiamo guardare al di là di una siepe in giardino, cogliere suoni, vivere nello spazio e nel tempo che immaginiamo. Non si può sbagliare se si resta cullati dai ricordi, dal vento e dall’infinito silenzio. Possiamo scegliere, per scappare da quell’infelicità a cui, secondo Leopardi, la natura ci condanna, di compensare con l’immaginazione tutto ciò che ora non ci è permesso vivere, appagando il desiderio di infinito con cui ogni giorno ci svegliamo, concedendoci il reale sogno di un vago e indefinito riscatto.

Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare.

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