Per un giorno fuori dal mondo con Umberto Guidoni.

Aggiornato il: apr 24

In occasione dell’ultima giornata del festival “DIMORE”, domenica 20 maggio 2018, presso i Bastioni San Giovanni, è stato ospite l’astronauta, astrofisico, scrittore e divulgatore Umberto Guidoni. Personaggio di fama internazionale, è il primo astronauta italiano sulla stazione spaziale internazionale e autore di numerose ricerche e saggi divulgativi.

Tre studenti della nostra redazione, [In ordine nella foto] Gabriele Scrima, Elia Andrea Perli ed Emanuela Braghieri, hanno avuto l’onore e l’opportunità di intervistarlo prima della sua conferenza al festival.






1. Quando ha capito che la Terra non Le bastava? “Non è mai stata questa la motivazione principale, la Terra mi basta, però è bene avere esperienza anche di ciò che c’è vicino a essa. La voglia di conoscere cosa c’è oltre è importante. La prima volta in cui ho pensato di andare sullo Spazio ero un ragazzo che leggeva libri di fantascienza, nello stesso periodo in cui c’erano persone che andavano sulla Luna. Mi sono detto “Anch'io voglio fare l’astronauta”, ma mi sono reso conto crescendo che le condizioni che hanno portato gli americani a sbarcare sulla Luna erano appunto in America o in Russia e non era possibile fare l’astronauta in Italia e nemmeno in Europa. Ho fatto la cosa più vicina perché lo spazio rimaneva una fascinazione: ho puntato sull’Astrofisica. È stata la volontà di conoscere cosa c’è oltre la Terra e cosa si può fare nello spazio. Nel corso della vita di ricercatore c’è stata un’occasione in cui un esperimento di una mia ricerca è stato scelta dalla NASA per performarlo sullo shuttle. In quell’occasione si è aperta l’occasione agli italiani di assistere ad un corso da astronauti alla NASA nel 1990”.

2. Com’è e se cambia la vita dopo aver visto ciò che pochi possono vedere? “Cambia se non altro per il fatto che è un’esperienza in una realtà diversa. Vedere la terra dallo spazio è una cosa bellissima, emozionante e una grande responsabilità. Responsabilità perché quando torni non puoi non sottolineare quanti rischi corre il nostro pianeta. Si vedono la deforestazione, l’inquinamento, gli incendi: tutti fenomeni prodotti dall’attività umana. Si torna con una maggiore responsabilità e attenzione rispetto questi aspetti, che dallo spazio si colgono nella loro interezza. Si ha un punto di vista globale e non più locale. C’è una cosa che cambia radicalmente: la percezione delle cose”.

3. Come descriverebbe la sensazione di assenza di gravità? Devo fare una correzione, ma non per essere pignolo, è un errore che si fa per una cattiva comunicazione, si induce nelle persone un’idea sbagliata: la gravità c’è. Infatti la luna gira intorno alla terra grazie all’attrazione della gravità terrestre, e lei si trova a quasi quattrocentomila chilometri di distanza dalla terra. La stazione spaziale si trova a quattrocento chilometri, mille volte più vicina. Per quale ragione la gravità non dovrebbe esserci se è presente mille volte più lontano?

La gravità è quella che fa girare, senza di essa la stazione spaziale andrebbe a ventotto mila chilometri orari in linea retta, questo è il valore ottimale per ottenere l’equilibrio tra la forza di gravità e la forza centrifuga prodotta dalla rotazione. Questo equilibrio fa sì che complessivamente su di te non agiscano forze.

L’assenza di peso è la possibilità di galleggiare liberamente. La cosa più vicina sulla terra è quando sei in acqua, quando sei in piscina e guardi il fondo galleggiando. La differenza è che in piscina c’è l’acqua e se ti dai una spinta dopo un po’ l’attrito ti ferma. Nello spazio questo effetto è molto ridotto e con un dito ti puoi muovere da una parete ad un’altra senza nessuno sforzo”. 4. Si parla tanto di uomini, di donne e pari diritti. Crede che nel suo lavoro ci siano delle distinzioni di sesso e se sì crede siano giustificate/giustificabili? “Storicamente c’è stata una differenza. In passato erano tutti uomini perché gli astronauti dovevano essere militari e quindi provenivano dal mondo del pilotaggio. Da un certo momento in poi questa differenza si è attenuata (non si è azzerata perché numericamente sono ancora di più gli uomini che le donne), ma ora non c’è un ruolo che non sia ricoperto da almeno una donna, come quello di comandante dello shuttle. Non ci sono ragioni che svantaggiano la donna, anche riguardo al fatto di lavori che richiedono più forza, in quanto l’assenza di peso permette di fare una fatica minima”.


5. Posso farLe una domanda personale? Come ha vissuto la sua famiglia la sua sfida e come Lei ha gestito le dinamiche famigliari? Mia moglie all’inizio era fortemente contraria, una frase ricorrente era: “Io ho sposato un ricercatore, non un astronauta”, ma poi si è resa conto della grande opportunità e ha accettato di spostarsi, perché è un mestiere che si fa fuori dall’Italia, in Russia o negli USA. Alla fine è stata una scelta condivisa della mia famiglia insieme a me. È stato un sacrificio forte da chiedere alla mia famiglia, ancor più che mio, in quanto ha dovuto ricostruirsi una vita a Huston”.


6. Per i giovani che condividono questo sogno, consiglia di desistere o perseguirlo ad ogni costo?

“Io penso che valga la pena provarci. Io stesso quando ho cominciato non avendo nessuna aspettativa iniziale, ma ho dovuto provarci: quando si sono presentate le condizioni ci ho provato, ho presentato la mia domanda e i vari compiti per partecipare al concorso. Le probabilità di vincere il concorso erano molto basse, di parecchie centinaia di candidati ne sono arrivati alla fine solo due. Ma vale la pena provarci e riprovarci. Uno dei miei colleghi in una missione del 2001 era un signore di 50 anni, che era riuscito in quell’occasione, dopo tre o quattro tentativi andati male, ad essere selezionato. Questo dimostra che se uno ha le qualità prima o poi vengono fuori.

La forza di volontà nasce dalla passione, dall'obiettivo di andare nello spazio”.

7. Ci devono essere dei requisiti per iniziare un’esperienza simile? Certo, andare nello Spazio comporta delle modifiche sia da un punto di vista fisico che psicologico, perciò bisogna partire con un’ottima salute. Sono stato per due settimane in un ambiente di 100 metri quadrati con sette persone perciò, per chi soffre di claustrofobia questa lavoro non è consigliato!” È stato un piacere poter intervistare un Uomo come il Dottor Guidoni che si è reso molto disponibile a dare una risposta ad una serie di interrogativi che ragazzi di 16 anni con tanti sogni nel cassetto gli hanno presentato. A distanza di anni i suoi occhi ancora brillano quando parla del suo lavoro e del percorso che l’ha portato dov’è. Tanta positività e voglia di fare. Tutti elementi che vorremmo portare dentro di noi per tutta la vita.

Qual è il vostro sogno nel cassetto?



Si ringraziano il Dottor Guidoni per la disponibilità e Ippolito Negri e l’Architetto Adriana Fantini per averci dato la possibilità di intervistarlo.

A cura di Emanuela Braghieri,

Elia Andrea Perli e Gabriele Scrima

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