Intervista a Ciro Greco, il rapporto tra filosofia e intelligenza artificiale

Ciro Greco, 31 anni, esperto di linguistica e intelligenza artificiale, laureato in filosofia all’Università San Raffaele di Milano, dottore di ricerca in neuroscienze all’Università Bicocca e post doctorate fellow all’Università di Gand, fonda Tooso, un sofisticato tool nato per semplificare e ottimizzare l’esperienza dello shopping online basato su un algoritmo che, grazie all’utilizzo delle strutture sintattico-semantiche tipiche delle ricerche, comprende ciò che stiamo cercando.





Qual è stato il tuo percorso di studi universitario? Come mai dopo la laurea in filosofia hai scelto neuroscienze?


Ho studiato filosofia al San Raffaele il primo anno in cui è stato introdotto il corso, la facoltà era situata presso la villa Arese Borromeo, eravamo circa 70 studenti, essendo pochi la possibilità di dialogo con i docenti era altissima, si poteva facilmente parlare con il preside Massimo Cacciari o con Enrico Bellone

La facoltà proponeva anche dei corsi di gusto più anglofilo che connettevano area umanistica e scientifica, per esempio durante il mio percorso di studi ho fatto un corso di intelligenza artificiale.

Il San Raffaele aveva una delle prime facoltà di neuroscienze pure, il che mi ha avvicinato alla materia portandomi a scegliere il dottorato in neuroscienze e linguistica con Andrea Moro, di cui avevo letto dei lavori abbastanza pioneristici in materia.

Durante il dottorato è arrivata la possibilità di andare a studiare all’MIT a Cambridge, dove ho conosciuto Noam Chomsky, il linguista americano la cui ricerca ha fatto in modo che, per vent’anni a Cambridge, neurologi, linguisti e matematici come Marvin Minsky avessero l’ufficio a un metro di distanza e potessero lavorare insieme.

All’MIT ho lavorato sull’aspetto formale del linguaggio, dopo il dottorato sono andato a Gand a lavorare come linguista, il mio lavoro consisteva nel fare modelli astratti sulla struttura della competenza linguistica umana che conciliassero la base comune che tutte le lingue condividono con le differenze che le differenziano.


Come è nata l’idea di Tooso? Come siete passati dall’università alla creazione della start up?


Mentre ero a Gand ho iniziato a sviluppare un’idea con Jacopo Tagliabue, mio futuro co-founder, che al momento stava facendo una tesi di dottorato sugli automi cellulari, mettendo insieme le nostre competenze abbiamo realizzato che molte delle mie conoscenze nel campo delle lingue naturali e di come gli esseri umani in quanto esseri biologici usano il linguaggio potessero essere utili nel creare sistemi informatici con un’interfaccia facile da utilizzare per gli utenti.

Fuori da grandi corporation come Amazon e Google, i motori di ricerca ti costringono a pensare come loro invece di adattarsi al pensiero “umano” dell’utente, il nostro primo prototipo era costituito da una tecnologia che rispondeva a domande strutturate formulate attraverso un linguaggio quotidiano.

Quello che abbiamo fatto noi è stato collegare due ambiti che avevano conoscenze complementari e che fino ad allora non si erano mai “parlati”.

Rendendomi conto che la carriera accademica non faceva per me ho deciso di fondare l’azienda, abbiamo trovato un investitore e ci siamo trasferiti a San Francisco. In stile Mark Zuckerberg siamo andati a vivere in 3 in una casa, senza stipendio, investendo tutto nel progetto, trovati degli investitori e dei clienti la start up ha iniziato ad andare molto bene ed è arrivata la proposta di acquisizione da Coveo, una società molto più grande di noi, che alla fine ci ha comprato e ha voluto che io e Jacopo ci trasferissimo sulla costa ovest per essere più vicini al centro di ricerca e sviluppo.

Così mi sono trasferito a New York.


Come ti hanno influenzata le competenze acquisite nel percorso di studi nella creazione di Tooso?

Nella vita non si butta via niente. Al liceo ero convinto di andare a fare legge come mio padre finché non mi fecero leggere il Saggio sull’intelletto umano di David Hume e in 3 giorni decisi di andare a fare filosofia.

Ho iniziato a studiare filosofia per il gusto di studiarla, con tutta la ferocia e l’energia di cui ero capace, non mi sono mai posto il problema di pensare 7 mosse avanti e non ho affrontato l’università con l’ottica che mi sarebbe servita.

Pensando a ritroso tutti il mio percorso ha senso, la mia tesi su Giambattista Vico mi ha introdotto ad alcuni temi della linguistica affrontati da un punto di vista umanista, da lì mi sono spostato alla filosofia del linguaggio moderno, quindi Tarski e Wittgenstein, da loro a Quine e da Quine a Chomsky, dalla linguistica generativa alle scienze cognitive, da queste alle neuroscienze e così via … alla luce del mio percorso ha senso che io sia arrivato a fondare una start up nel campo dell’intelligenza artificiale e non in quello della logistica.


In una tua intervista hai detto che l’idea di Tooso è nata come strumento di ricerca più “umano”, cosa intendevi?


L’obiettivo era quello di garantire agli utenti di motori più piccoli di Amazon o eBay una ricerca il più naturale possibile, facendo in modo che potessero formulare domande come le avrebbero formulate parlando a una persona nella loro lingua, dovevano poter interagire con un’interfaccia artificiale senza dover piegare la loro mente al ragionamento dello strumento.

Oggi tutti si aspettano da tutti i siti le prestazioni di Amazon, ma la capacità delle interfacce di essere reattive e di cambiare a seconda di quello che fanno le persone è legata a delle applicazioni dell’intelligenza artificiale di machine learning che funzionano esponenzialmente meglio sulla base dei dati, se gli dai in pasto più dati funzionano meglio. Ovviamente realtà più piccole dei colossi digitali non possono immagazzinare così tanti dati ed è qui che si inserisce Tooso, fornendo una ricerca avanzata e analytics dettagliati, così che ogni eCommerce possa ottenere facilmente uno strumento di ricerca sofisticato.

L’intelligenza artificiale può fare ricerca filosofica? Può immagazzinare abbastanza dati da prendere decisioni che un essere umano riterrebbe “etiche”?


La verità è che non lo sa nessuno. Qualche anno fa Stephen Hawking e Elon Musk hanno parlato del problema dell’intelligenza artificiale, dicendo che stiamo creando qualcosa che non riusciamo più a controllare, un animale più in alto nella catena alimentare, questo rimane un problema legittimo da un punto di vista filosofico.

Siamo in attesa di quella che viene definitiva singolarità, il momento in cui crei un nuovo ente cosciente, migliore di te in tutto e per tutto.

A mio parere in realtà ci sfuggono ancora tante cose dell’intelligenza per esempio, abbiamo scoperto che molti processi che pensavamo richiedessero complessi meccanismi di pensiero o manipolazione astratta in realtà possono essere risolti con algoritmi più semplici e tantissimi dati, con molta meno intelligenza del previsto, non abbiamo scoperto come creare una super intelligenza ma che in realtà probabilmente c’è un modo di fare intelligenza quasi stupido.


L’ultimo prototipo offerto dalla ricerca odierna si chiama GPT-3, Generative Pre-trained Transformer, come altri sistemi di intelligenza artificiale odierni, si basa su una raccolta ampia e organizzata di parametri che ne determinano il funzionamento. Più parametri ci sono, più l’intelligenza artificiale è capace, GPT-3 ha 175 miliardi di parametri, una quantità tanto elevata da essere costata 20 milioni di dollari in energia, il paradosso è che quello che questa intelligenza ha fatto grazie a 20 milioni di dollari di bollette il cervello umano lo fa consumando l’energia di una lampadina …

Data una stringa di testo, GPT-3 prevede una sequenza di parole che abbiano un senso compiuto e completino il paragrafo dato, la differenza tra il modo di ragionare umano e quello dell’AI è che GPT-3 non conosce niente di ciò che sta scrivendo se non la distribuzione statistica delle parole e, data questa, predice come la frase potrebbe continuare.

Mentre davanti a una frase come “ieri sono andato all’Esselunga” un qualsiasi essere umano costruisce un background di informazioni “del mondo” immenso, per questo modello non c’è nessuna vera conoscenza, solo statistiche, la sua capacità di proseguire il periodo sta nel fatto che ha ingurgitato così tanti testi da poter prevedere una continuazione sensata.

C’è quindi una profondissima differenza tra il modo di imparare degli esseri umani e quello di questa intelligenza artificiale.

Il pericolo più grosso che vedo io è che giudichiamo queste applicazioni più intelligenti di quanto non siano davvero e deleghiamo loro cose che richiedono “buon senso”, una caratteristica umana.

Risulta immediato l’esempio di Twitter, dando in pasto al modello dati che riflettono i pregiudizi razziali delle persone, creiamo un modello che avrà pregiudizi razziali.

Tendiamo ad affidare a macchine che ci sembrano senzienti scelte complesse, come la diagnostica della medicina, che hanno impatto sulla vita delle persone e non ci rendiamo conto che non sono ancora in grado di gestire tali decisioni.

Il secondo problema che emerge riguarda la quantità di parametri su cui si basano questi modelli, quando sbagliano diventa impossibile per una persona individuare l'errore.

Spesso, quindi, si fa terrorismo psicologico sul punto sbagliato, non stiamo creando un’intelligenza superiore che superi l’umanità, stiamo sopravvalutando macchine che non sono ancora in grado di gestire le scelte che pensiamo di poter affidare loro.


Ha senso studiare filosofia oggi? In base alla sua esperienza le aziende avranno bisogno di persone competenti in questa disciplina?


La filosofia serve a qualcosa nell’esistenza? Ovviamente sì.

Perché ci sono due modi di concepire le tue competenze, quello più pragmatico che collega una conoscenza al suo scopo, devo costruire pozzi, so fare un muretto a secco e quella un po’ più astratta, una sorta di meta competenza che, dato un problema complesso e astratto, costituito da molte variabili ignote, ti rende in grado di organizzare il tuo comportamento e le tue azioni in modo da diminuire la complessità del problema e trovare soluzioni invece che perderti in dettagli secondari.

Questa competenza, declinata nel modo giusto, può essere molto potente, è questo che ho imparato dalla filosofia.

La filosofia alla fine è una cosa pratica. Se studi filosofia e storia insieme, ti rendi conto che, anche nella formulazione di problemi molto astratti, l’ottica e lo sguardo del filosofo deriva dalle circostanze storiche in cui è immerso.

Quando Hobbes si chiede quale sia la natura del Leviatano quello che si sta chiedendo è quale sia la giustificazione che dovrebbe darsi in un momento dell’ordine costituito in qui l’ordine costituito ha effettivamente il volto del Leviatano, la stessa domanda non se la sono posta nel 1965 in quei termini perché la cosa pubblica aveva un altro volto.


Il mondo del digitale ha bisogno di filosofi?


Nel mondo dell’intelligenza artificiale c’è grande bisogno di persone con competenze tecniche ma anche di persone con competenze complesse che si chiedano il perché morale delle cose, non faccio fatica a pensare che nelle grandi aziende ci possa essere una figura che si occupa di capire se quello che viene prodotto e buttato sul mercato possa avere delle implicazioni etiche.


Probabilmente le professioni ad alta specializzazione del futuro non esistono ancora, non bisognerebbe pensarsi in una scatola definita dalle competenze che acquisite su un percorso di studi a meno che questo non sia squisitamente tecnico, al di fuori di quello, per tutte le strade più vaghe, non dovremmo pensare che un percorso scolastico indirizzi direttamente verso una strada precisa.

Se cadessimo in questo errore, non prenderemmo in considerazione il fatto che siamo noi a scegliere cosa vogliamo fare.


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