Futuro è investimento nella scuola


Solo una delle frasi scritte con le mani fredde la mattina del 18 novembre sui cartelloni innalzati davanti al Respighi.

Una mattinata nebbiosa, ma il primo passo, per noi studenti, per rivendicare quel diritto che sentiamo di aver perso, per far sentire la voce che ci hanno sempre chiesto di tirare fuori, per sventolare in aria quelle scritte di pennarello simbolo della nostra determinazione.


Manifestare per superare la DAD: questo era l’obiettivo; dimostrare il malcontento che noi, come tanti altri studenti in tutta la nazione, proviamo nel dover affrontare la scuola a distanza. Stare seduti in camera davanti all’iPad per noi significa solo frequentare le lezioni, ma risulta quasi un’azione passiva, povera di interazione, priva di stimoli. Nonostante l’evidente impegno dei professori e di tutto il sistema scolastico per rendere più interessanti e stimolanti le lezioni online, il risultato è comunque mediocre: non è una colpa di chi applica il sistema, ma del sistema in sé. Nonostante le opzioni e i piani progettati dallo Stato, i risultati non sono sufficienti.

Siamo ragazzi e non pretendiamo di avere la capacità di poter fare di meglio di ciò che è stato fatto, perché nessuno di noi ne sarebbe in grado; ma siamo giovani, ci è stato insegnato che abbiamo la totale libertà di esprimere nostri eventuali dissensi, che la nostra mente deve essere aperta, che siamo i futuri cittadini del mondo e allora ci sia data la possibilità di poter giudicare quello che viviamo, di palesarne le falle.

Si adegui alla situazione una scuola che sia a misura di studente, non si tappi la ferita con un cerotto, ma si trovi una cura per tutto quello che stiamo perdendo ora e che non avremo mai più.

Ci è stata mossa la critica che non ha un senso fare sciopero, quindi non andare a scuola, per manifestare per la scuola. Non siamo andati a scuola per manifestare per l’ambiente, ma questo aveva un senso perché si parlava del nostro futuro, del futuro del pianeta, e allora eravamo numerosi a difendere il mondo in cui vivremo tra trent’anni; scioperare perché crediamo nel diritto all’istruzione, questo invece sembra privo di significato; a chi importa di crescere consapevoli, di frequentare le superiori come si deve, come avremmo dovuto? A chi importa di alzarsi la mattina e trovare un senso in ciò che c’è fuori dalla propria casa, di dare senso a noi stessi, grazie a ciò che vive oltre la finestra?

A me interessa, come a tanti altri studenti. Forse il peggio è che troppi si sono assuefatti a questo nuovo modo di “frequentare”, tanto da nascondersi sotto le coperte, spegnere la fotocamera, eludere, se possibile, il controllo e fare ciò che pare.

È una questione di scelte, e questa DDI ne lascia fin troppe.


poco, piccole parti di ciò che abbiamo perso. Molti di noi non sono più nella fase di scuola dell’obbligo, quindi, il nostro è un impegno che parte da noi stessi e la scuola, con tutti i suoi strumenti e il suo personale, ha promesso in cambio di accompagnarci fino all’ultimo giorno in un cammino di apprendimento e di crescita umana. Ora invece ci sembra di perdere veri e propri pezzi di vita e mettiamo da parte il senso di sconfitta aspettando che il tempo passi e fuori le cose si sistemino; ma ognuno dovrebbe avere un ruolo in questa sfida che ci mette alla prova, e se c’è chi insegna e chi guarisce e chi vende, allora noi dobbiamo solo imparare e mandare avanti i nostri studi.

Se gli altri possono fare il loro dovere adattandosi con i giusti modi, si permetta a noi di fare il nostro, non abbiamo chiesto di rompere le regole e non rispettare gli ordini, ma di trovare una soluzione più appagante ed interattiva che non metta da parte né la nostra istruzione né la nostra crescita.

Se saltiamo la scuola per la scuola siamo incoerenti, se manifestiamo per interesse siamo egoisti, se ci concentriamo su un problema che sentiamo nostro, siamo mocciosi che frignano non curanti dei veri problemi.

Conosciamo tutti la situazione che stiamo vivendo e nessuno si è azzardato a chiedere un rientro a scuola in circostanze pericolose per noi e per gli altri. Siamo consapevoli che quella attuale è una decisione che risponde ad esigenze e pericolo e non ci saremmo mai permessi di alzare la voce contro il sistema che ci protegge, ma ci siamo permessi di protestare per far acquisire consapevolezza del disagio di una attività quotidiana che il ricorso alla tecnologia sembra rendere dispersiva e frammentaria.

Certo, sapendo di non essere soli, forti della volontà di crescere nella scuola che conosciamo, speriamo di poterci tornare il prima possibile e nei migliori dei modi.


Matilde Galliano





fonte immagini: pixabay

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