Educazione Bene Comune: riflessioni - tra presenza e distanza - sulla scuola che (NON) c’è

“Le idee racchiuse in se stesse s’inaridiscono e si spengono. Solo se circolano e si mescolano, vivono, fanno vivere, si alimentano le une con le altre e contribuiscono alla vita comune, cioè alla cultura.”
G. Zagrebelsky

Ispirata da parole come quelle di Zagrebelsky, l’associazione no profit Circola, nata nella primavera del 2016, realizza progetti finalizzati alla valorizzazione dei beni comuni e dell’ambiente in cui viviamo, stimolando processi di inclusione e partecipazione attiva dei cittadini visti come fondamentali strumenti di educazione alla legalità e di contrasto alla criminalità. Ha già dato vita a iniziative significative quali “Dopo le mafie” per la valorizzazione e la gestione partecipata dei beni confiscati a clan malavitosi, progetto complesso e innovativo che ha sperimentato un nuovo modello, culturale e operativo, condiviso tra istituzioni e cittadini, per trasformare realmente, in modo duraturo, i beni confiscati alle mafie in “beni comuni”, mettendoli a disposizione di programmi di crescita sociale e culturale del territorio in cui si trovano. Da questo progetto sono nate collaborazioni proficue con istituzioni, università, enti pubblici, associazioni, cooperative e non è quindi risultato anomalo il desiderio dell’associazione, sensibilissima alle problematiche sociali, di dialogare con gli studenti da più di un anno alle prese con pandemia, DAD, isolamento, tempo sospeso (soprattutto nella primavera 2020).


Gli alunni del liceo Respighi e di altri due istituti di Firenze e di Portici sono stati così coinvolti da una socia fondatrice, Dottoressa Anna Maria Romagolo, e dal Professor Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia generale e sociale presso l’Università degli Studi di Milano, in una serie di incontri di riflessione-bilancio sul tempo presente. In specifico, ad inizio lavori (rappresentanti di classe del triennio e alunni della redazione del giornale di istituto per il Respighi) è stato chiesto loro di riflettere su quali siano state le principali difficoltà e le principali criticità della didattica a distanza e su che cosa ritenessero di avere perso rispetto alla normale frequenza scolastica; si è chiesto poi quali siano state le risorse personali e di gruppo fatte emergere, per rimanere “studenti” anche senza recarsi fisicamente a scuola e quale sia stato l’impatto della didattica a distanza sulla vita quotidiana (la webcam che riprende, l’organizzazione degli orari, il rispetto della privacy).

Durante il dibattito non sono mancate le lamentele, la dichiarazione di stanchezza per una vita scolastica modificata da lontananza dall’aula, dai compagni, persino dagli insegnati, dalle usuali pratiche di studente/ragazzo: incontri, scontri, chiacchiere, uscite. Tutti sono consapevoli della necessità di pratiche di emergenza quali la DAD, ma restare a lungo dietro a uno schermo anche per dei millennials è duro, è difficile non cadere nella tentazione di sfruttare la distanza per piccoli imbrogli quali copiature, mentre è facile sentirsi privati delle proprie abitudini. Se da un lato si ha avuto maggior tempo libero per dedicarsi ad attività diverse o passare del tempo con la famiglia, dall’altro si sono trascorsi anche momenti di difficoltà legati alla concentrazione necessaria per seguire le lezioni in digitale, qualcosa di differente rispetto a quelle vecchio stampo che permettono di partecipare ed interagire meglio con docenti e compagni.

D’altra parte però uno dei pro della DAD è che senza quest’ultima si sarebbe perso non solo un anno di vita, ma di studio. E poi i più solleciti hanno cercato di annullare la distanza con scambi e contatti continui, trasformando l’uso dei social in mezzo non solo per diffondere pettegolezzi o chiacchiere fini a se stesse, ma per tendere fili, per sostenere contatti e vicinanze. In molte delle esperienze realizzate, inoltre, l’apporto delle tecnologie a una didattica caratterizzata da maggiore flessibilità e capacità di adattamento agli stili di apprendimento individuali è stata decisiva. Si sono così potuti seguire progetti di varia natura anche a classi aperte, attività PCTO, di eccellenza (olimpiadi).


Che cosa rimarrà di questa esperienza nel loro ricordo?


Il silenzio rotto solo da continue sirene di ambulanze della primavera scorsa, la città deserta, i bollettini medici oscillanti tra numeri di decessi, ricoveri, terapie intensive allo stremo. Lascerà poi il segno il dovere essersi attenuti a regole ferree che possono sembrare ledere libertà individuali, ma anche la consapevolezza della necessità di essere responsabili nell’effettuare scelte utili al bene comune. Da qui la riflessione su che cosa siano libertà e senso del limite, due dimensioni su cui i ragazzi faticano ad esprimersi con organicità, pur facendo intuire che sono l’obbligo di scelte operative coscienti: da un lato vincolano, ma permettono anche realizzazione e rispetto.

Gli ultimi incontri previsti in calendario sono stati dedicati al commento di prodotti su temi assegnati, espressi da una coppia di termini variamente collegati tra di loro (antinomia, corrispondenza, falsa sinonimia) quali linguaggio/silenzio, nido/volo, contagio/contatto, libertà/oppressione.


Gli elaborati consegnati sono stati commentati e condivisi in plenaria dal prof. Mantegazza. Ne sono emerse riflessioni molto sentite: Chiara e Anna Maria esprimono il loro apprezzamento per parole costruttive, generatrici di relazione e non di scontro, opposte a tutto ciò che è fake, inganno, fallacia. Sentono il bisogno talvolta di silenzio dal rumore caotico, mentre si oppongono a silenzio inteso come denuncia non fatta, parole mancate, ascolto non porto.

La parola deve dunque essere porosa, avere e lasciare prese d’aria per permettere spazio all’altro e il concetto di porosità, mutuato da Benjamin, ritorna nel saggio di Laura che si sofferma sul concetto di scuola come spazio in cui distaccarsi dalla realtà comune votata per lo più al seguire circuiti produttivi, economicamente vantaggiosi: la scuola è così “porosità”, ma anche “soglia”, ovvero luogo “di mezzo”, dove “poter abitare distanza intesa come possibilità di cambiamento, di passaggio, di crescita umana”. Solo questo fa nascere teste ben fatte che sanno evitare più spesso il contagio da posizioni estreme, dichiarano Elena ed Elettra e sostengono con climax ascendente che


“le parole vere hanno un prezzo altissimo, e questo si paga in termini di fastidio, di astio, di derisone, di calunnia, d’invidia, d’isolamento, di minaccia, di tortura, di reclusione, di morte. Tra il passaggio tra la mascherina e l'igienizzante dobbiamo essere più attenti a un virus che si trasmette con qualche ammasso di sillabe, ma che è incurabile e mortale”:


Elettra e Elena fanno eco alla battuta citata da Chiara e Anna, mutuata dalla striscia a fumetti Peanuts, “ci sono uomini di parole e uomini di parola, una vocale può cambiare il mondo!

Per questo la scuola deve riappropriarsi sempre più del suo ruolo di luogo di crescita costruttiva, lontana da posizioni oscurantiste, mistificatorie, tali da trasformare anche un nido in trappola. Allora solo l’immaginazione fa spiccare il volo. Neanche il più terribile dei regimi autoritari riesce a privare l’uomo della capacità di viaggiare scrivono Alessandro, Emma, Pietro e Aurora muovendosi tra passi di testi molto significativi, quali “Tutto chiede salvezza” di Mencarelli e “Morire di classe” di Basaglia, di cui richiamano immagini eloquenti: Daniele Mencarelli è un ventenne senza pace che sente dentro di sé il peso di tutta la sofferenza del mondo. I suoi occhi, gli occhi da artista, sono diversi da quelli di molti altri. Non è capace di guardare il dolore degli altri senza viverlo. E nel reparto di psichiatria dove viene recluso per una settimana trova nei compagni di stanza la cosa più somigliante alla sua vera natura che gli sia mai capitato di incontrare e per questo non chiede santi (si riferisce ai medici), per giunta dotati di straordinario acume clinico, ma nemmeno uomini disamorati di se stessi e di tutto il genere umano e per loro e per sé chiede salvezza:

“questa parola non la dico a nessuno oltre me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte. Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?”.

Le sue parole, unite alle immagini del testo di Basaglia, diventano vere e proprie provocazioni, possono essere interiorizzate nella loro intatta capacità di risvegliare, di seminare quei dubbi e quelle riflessioni che ci rendono persone oneste, fedeli alle responsabilità e anche in grado di riconoscere errori e inadempienze: inadempienze di studenti talvolta poco collaborativi, distratti, annoiati e di docenti poco capaci di ovviare alla frammentazione a cui la DAD può portare, se non si rende sistematica l’azione di guida del processo formativo ad esempio con materiali come sillabo del corso, progettazione delle unità, mappe, schemi, brevi video di ri-organizzazione del lavoro.


E’ dare vita a una scuola di parole sesamo, che aprono porte e tracciano strade anche da uno schermo, che insegnano a lottare contro ciò che è preconcetto, capzioso, retorico, mistificatorio; a considerare le questioni da molteplici punti di vista, a dilatare nel tempo e nello spazio luoghi e occasioni per aumentare l’accesso ai diritti ad un numero sempre crescente di individui, a cercare l’accordo potenziale con gli altri a fondamento del giudizio e delle decisioni.  

Conquiste non scontate e possibili solo perché, ricordano Tommaso, Matilde e Martina, qualcuno più di settanta anni fa ha combattuto perché divenissero realtà concrete, possibilità: “il rispetto di sé e degli altri- scrive Gustavo Zagrebelsky - è sempre esposto alla pressione della stanchezza. La democrazia, come un lavoro, stanca. L’oppressione dispotica suscita reazione e ribellione. La democrazia invece stanchezza. La virtù democratica è cosa pénible, come annotava già Montesquieu nel suo “Esprit des lois”: la virtù politica (della democrazia) è una rinuncia a se stessi, ciò che è sempre molto faticoso sopportare. Questa virtù consiste nella preferenza continua dell’interesse pubblico agli interessi propri”. Dunque, rispetto agli istinti egoistici degli esseri umani, essa, se non proprio una cosa contro natura, almeno è una sfida che essi devono tenere continuamente viva nei confronti dei loro interessi immediati.


La didattica a distanza ha potuto risolvere nel miglior modo possibile la situazione di emergenza educativa alla quale si è dovuti andare incontro durante la pandemia ma, grazie a Circola, gli studenti hanno ricordato a se stessi e a noi adulti che si dovrebbe sempre trovare il modo di rendere “poroso” anche lo schermo: fare “abitare ai ragazzi la soglia -ricorda Laura nel suo saggio- dovrebbe infatti significare lasciare alla scuola quel margine di instabilità che è per gli allievi libertà di re-inventare il mondo”. Certo, re-inventare il mondo, non permettere che, come ricordano Federico e Luca, presentando il recente podcast di Saviano, vi metta mano solo la criminalità organizzata, purtroppo per noi, molto organizzata!

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