Ancora "Nuovo Donato"

Aggiornato il: apr 23

Il professor Stefano Drei è autore di Dino Campana. Ritrovamenti biografici e appunti testuali, pubblicazione che raccoglie sul poeta vari studi editi e inediti, frutto di anni di ricerche; forte di questi approfondimenti ci informa di avere potuto studiare il manuale di latino su cui si è cimentato Campana, manuale identico a uno dei due ritrovati nella nostra biblioteca e oggetto di studio da parte di alcune classi del nostro liceo un paio di anni fa: il Nuovo Donato. Principii di grammatica latina ad uso delle classi ginnasiali inferiori, a cura di Celestino Durando.


Si ricorderà la mostra dal titolo “La grammatica ritrovata” i cui pannelli ancora sono presenti nei locali della scuola. Il nostro Nuovo Donato apparteneva ad un anonimo studente, Emanuele Piazza, ma è stato molto significativo esaminarlo. Certo deve esserlo stato molto di più potere sfogliare le pagine della copia di Campana, anche perché annotazioni manoscritte apposte al volumetto aprono la via a una serie di riflessioni che il professor Drei coglie e sviluppa con grande competenza nell’articolo che ci ha inviato: le letture e i testi personali degli artisti rivelano sempre molto di loro, in questo caso, non tanto il contenuto del Nuovo Donato, semplice grammatica latina, ma gli schizzi, le note che, presumiamo, non le declinazioni abbiano sollecitato, ma la fervida capacità immaginativa (alla Leopardi) del poeta.

Non possediamo il testo in questione, il professor Drei ci ha inviato una immagine della copertina che riporta il nome dello scrittore e alcuni schizzi che sembrano i cappelli di fate turchine: ci informa che “il nome del futuro autore dei Canti Orfici campeggia sul margine superiore del frontespizio ed è più volte ripetuto sulle controcopertine, accompagnato da impertinenti scarabocchi da scolaro poco diligente. Vengono in mente le testimonianze del padre Giovanni Campana, che lo ricordava come un adolescente «buono e obbediente e giudizioso, sebbene alquanto disordinato» e della zia Giovanna Diletti: «anche i maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato». “E ha proprio il sapore di un presagio -continua il professor Drei- la frase di Seneca che troviamo trascritta e tradotta a lato del paragrafo dedicato al «reggimento dei comparativi».

Ad maiora natus sum quam ut mancipium sim mei corpori[s], «sono nato per cose troppo maggiori da esser schiavo del mio corpo». Romanzescamente, potremmo vedervi anticipate le vertiginose dilatazioni visionarie del poeta orfico, ma anche le elucubrazioni del folle che, recluso nel manicomio di Castel Pulci, vanterà facoltà paranormali e confiderà allo psichiatra di essere in contatto telepatico con i governanti della terra.” Scavo continuo, erranza esistenziale e intellettuale, sofferenza autentica sono i tratti con cui è possibile dipingere la figura di Dino Campana, amante della filosofia di Nietzsche e ostile a Marinetti e al suo famoso Manifesto, tanto da regalargli, nel celebre caffè delle Giubbe Rosse di Firenze, una copia dei suoi famosi “Libri orfici”, ma dopo averne tolto platealmente le pagine (quasi tutte) che il fautore del Futurismo non sarebbe stato in grado di capire. La poesia di Campana si nutre di Pascoli, di D’Annunzio e di Dante e a livello figurativo i suoi

“Canti Orfici” abbondano di riferimenti a Leonardo, Michelangelo, Andrea del Castagno e Cezanne. Un artista dunque attento sia alla cultura passata che a quella più a lui vicina e tale da rielaborarla in una scrittura molto personale e profonda, tipica degli autori del primo Novecento, privi di certezze ontologiche e teleologiche e desiderosi di trovare un perché al pasticciaccio esistenziale di cui non colgono il senso.


Andrea Albasi ed Antonio Bellopede

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