A proposito di distanza

L’articolo di Federico Rovea e Annachiara GobbiDidattica a distanza e distanza nella didattica. Osservazioni sulla scuola in tempo di pandemia” ci propone una ri-significazione del concetto di distanza, approfonditamente indagato a livello pedagogico con l’ausilio di passi di Walter Benjamin, il quale, attraverso i concetti di soglia e porosità, ci offre una chiave di lettura del termine differente da quanto solitamente effettuato. Il testo benjaminiano citato concepisce la distanza come “condizione che permette di abitare uno spazio in cui sia possibile relazionarsi con ciò che è altro da sé e dalle proprie preconoscenze”.

Il termine “distanza” ha assunto una connotazione esclusivamente spaziale, durante il periodo della pandemia, poiché utilizzato per descrivere lo spazio che intercorre tra un individuo e l’altro, a garanzia di una maggiore sicurezza o, nel caso dell’educazione, per sottolineare l’assenza fisica in classe, eliminando la condivisione degli stessi luoghi per l’apprendimento.

Masschelein e Simons definiscono la scuola come “una sorta di puro medio o un luogo mediano […] fatta da mezzi senza scopi” dove “questo genere di spazio mediano non ha orientamento o destinazione, ma rende possibile ogni orientamento e ogni destinazione”. Assume così un ruolo di trampolino di lancio, dove gli alunni possono usufruire dello spazio scuola e di tutto ciò che vi appartiene, per poter raggiungere i propri obiettivi.

La scuola rappresenta quindi lei stessa la “distanza”, luogo che intercorre banalmente tra ignoranza e conoscenza, “momento di sospensione in cui il giovane è chiamato a mettere in discussione le proprie conoscenze, ad acquisirne di nuove, a esplorare le migliori possibilità per la sua vita futura”.


Banalmente anche nel rapporto che intercorre tra alunno e insegnante, vige una certa “distanza” fisica, mentale e comportamentale, “un rapporto tra Sé e Altro che, nella giusta separazione, lascia un vuoto nel quale l’evento dell’educazione può darsi”, come a indicare che la distanza sia un fattore essenziale e necessario per lo sviluppo e l’apprendimento educativo, perciò non più visto sotto un’ottica negativa ma, al contrario, totalmente positiva.

Walter Benjamin, citato spesso all’interno dell’articolo, pone in evidenza due concetti fondamentali, la “porosità” e la “soglia”. L’autore li introduce nel suo testo “Napoli”: il concetto di “porosità” viene esplicitato attraverso la descrizione della città partenopea definita come “luogo dell’impossibilità del definito” dove “ovunque viene mantenuto dello spazio idoneo a diventare teatro di nuove impreviste circostanze”.


Così avviene all’interno del contesto scolastico educativo, dove l’imprevisto, il cambiamento e l’imprevedibilità sono elementi fondamentali e permettono di associare l’ambiente scolastico, così come la città di Napoli, a un teatro, dove gli attori (ovvero gli alunni), portano in scena (la scuola) la propria arte, esprimendo se stessi e apprendendo dalle performance degli altri.

La scuola non è solo “porosità”, ma anche “soglia”, ovvero luogo “di mezzo”, dove “poter abitare quella distanza intesa come possibilità di cambiamento, di passaggio”.

La distanza formativa prodotta dall’ambiente scolastico viene così in realtà ad annullarsi con la DAD, la quale permette che la scuola “entri nelle case, generando una connessione alterata della realtà, poiché mediata da uno schermo che ne riporta una sua copia deformata.

L’utilizzo di uno schermo per mediare la realtà, impiegato non solo per la DAD, ma anche in altre attività di vita quotidiana svolte attraverso computer o telefono, ci permette di annullare il distanziamento, rendendo tutto veloce, immediato e a portata di mano, senza doverci spostare.


L’acronimo DAD (didattica a distanza) è in realtà allora una contraddizione, poiché l’utilizzo dello schermo annulla le distanze fisiche e allo stesso tempo quelle mentali, offrendo con facilità e immediatezza una versione deformata della realtà a molte persone incapaci di filtrarla con senso critico.

La didattica a distanza ha potuto risolvere nel miglior modo possibile la situazione di emergenza educativa alla quale si è dovuti andare incontro durante la pandemia, anche se non si è ancora trovato il modo di rendere “poroso” lo schermo:

abitare la soglia dovrebbe infatti significare lasciare alla scuola quel margine di instabilità che è per gli allievi libertà di re-inventare il mondo”.

La distanza perciò non può essere solo intesa nell’accezione di “lontananza fisica”, resa necessaria della pandemia, ma come perdita di una “distanza positiva”, la quale dovrebbe essere presente all’interno della scuola per sollecitare l’espressione e la crescita personale.

Al di là di oggettivi problemi contingenti, infatti, il generale sforzo dei docenti deve essere quello di essere sempre e soprattutto educatori, ambasciatori di possibilità, promotori della facoltà del giovane di protendersi oltre la condizione attuale biopsicologica e sociale. Non per nulla le autrici di riferimento nel loro articolo riprendono il valore etimologico della parola scuola: tempo libero. Scuola come dono ai ragazzi di tempo perché possano formarsi, crescere al di fuori dei circuiti produttivi e economici anche in DAD, ma con le appropriate e efficaci metodologie, coinvolgenti e motivanti che, insomma, “buchino” lo schermo!



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