25 Aprile, Festa della Liberazione

È la mattina del 25 aprile 2020 e più di ogni altra cosa è il silenzio. 

Per le 14:30 è in programma una diretta su Facebook alla quale parteciperanno Tosca, cantando l’inno di Mameli, Lella Costa che introdurrà gli interventi di Carla Nespolo, presidente ANPI, Maria Lisa Cinciari Rodano, staffetta partigiana e Sara Diena di Fridays for Future Italia.

Mi sdraio comoda sul divano davanti alla TV ad ascoltare le parole di queste donne appartenenti a generazioni differenti con vissuti e ricordi diversi, ma, con la stessa tenace voglia di parlare di libertà, di democrazia e di futuro.


La prima a parlare è Carla Nespolo. Racconta del coraggio di un popolo che, insieme agli alleati, ha saputo sconfiggere l’oppressione fascista e nazista liberando l’Italia. Uomini e donne che oggi definiamo eroi ma che, meno di cento anni fa erano partigiani e partigiane, studenti, contadini, operai. Niente superpoteri da blockbuster americano, solo un coraggio e una sete di libertà ineguagliabili.

Carla Nespolo sottolinea l’importanza di trasmettere la memoria, la coscienza e la solidarietà alle nuove generazioni. Mi sento chiamata in causa e inizio a fissare lo schermo con un po’ di ansia da prestazione: tra qualche anno la palla passerà nelle nostre mani e dovremo farci trovare pronti, energici e motivati per conservare un pezzo di storia che non possiamo permetterci di lasciare stampato, asettico, sui libri.


Ora è il turno di Maria Lisa Cinciari Rodano, 99 anni e una grinta sorprendente, parla di "Resistenza", parla del significato che questa parola ha avuto durante la sua vita: al liceo partecipando alla costituzione di gruppi di studenti che si opponevano alle direttive del regime fascista e successivamente all’università attraverso la resistenza alle assurde regole che il fascismo prescriveva agli studenti.

Dopo l’8 settembre del ’43, data di proclamazione dell’armistizio di Cassibile con cui l’Italia si arrendeva agli Alleati e si disimpegnava dall’alleanza con Hitler, "Resistenza" è diventata, come opposizione alla dominazione nazista, la stampa clandestina e il sabotaggio del morboso burattino fascista ancora radicato in Italia. Con l’arrivo degli alleati giunge la speranza, fondamento della democrazia. Ecco allora la rivendicazione del voto alle donne, la nascita dell’Unione Donne Italiane, il 23 aprile la manifestazione delle Madamin a Torino, l’insurrezione di Genova e il 25 aprile l’ingresso delle formazioni partigiane a Milano. 

La donna racconta come "Resistenza" sia stata l’alleanza politica tra partiti costretti nell’ombra che hanno poi scritto uno dei pezzi più belli della letteratura italiana: la nostra Costituzione.

Attraverso le sue parole cariche di emozione, mi ricorda che, seppur faticosa, la liberazione è possibile.


Oggi "Resistenza" è sopravvivere al virus, è una clausura scomoda, una noia distopica che nulla ha a che vedere con l’eroismo del secolo scorso, eppure l’unica azione possibile per tornare ad una mai tanto rimpianta normalità.


Ma di che normalità stiamo davvero parlando? 


Nell’ultimo intervento Sara Diena, vent’anni e una prospettiva in cui mi ritrovo con facilità, parla proprio di questo, di ciò che si cela dietro ad una quotidianità che adesso bramiamo, ma che nasconde una realtà di disuguaglianze e sfruttamento, molto più complessa della routine scuola-sport-compiti a cui tutti rivolgiamo i nostri nostalgici pensieri.

Gli stessi scienziati che solo ora abbiamo imparato ad ascoltare quotidianamente, ci hanno detto con chiarezza che abbiamo otto anni per riscrivere il nostro futuro.

Con "Quando ripartiremo, alla fine di questa crisi, dovremo rimettere in sesto un’economia allo sfacelo", l'attivista dei Fridays for Future, dallo schermo della TV, spiega che la storia ci ha insegnato con molteplici esempi come a una crisi segua sempre un aumento della produzione e quindi delle emissioni. Questa volta non abbiamo tempo per seguire strade già percorse in passato, qualcosa deve cambiare, abbiamo bisogno di quella che la giovane attivista chiama “transizione ecologica”, senza la quale, per il ventennio tra 2030 e 2050 si prevederebbero 200 milioni di profughi ambientali. Cosa significhi questo da un punto di vista pratico è allarmante: dissesti socioeconomici che non saremo in grado di fronteggiare, capaci di minare una democrazia che ci è stata donata da una generazione di sopravvissuti e che noi potremmo veder crollare rovinosamente sotto il peso dell’incoscienza collettiva.

È una prospettiva agghiacciante certo, ma è anche un’esortazione a costruire un futuro basato su libertà, memoria e prospettiva.

Resistenza: un tema terribilmente attuale che di fronte ad un compito di tale portata, il mio contributo mi appare inevitabilmente privo di significato.


Penso alle ore trascorse davanti all’IPad per seguire le videolezioni e alle telefonate fatte con gli amici che sanno terribilmente di solitudine.


Penso alle nottate insonni ad attendere una stanchezza che tarda a sopraggiungere, alle serate indolenti divise tra un libro e un film. 


Penso anche allo sforzo che mi sembra di compiere ma che mi vergogno ad ammettere:

non sto combattendo in prima linea, sono barricata dietro alla quiete domestica ad aspettare la fine dell’epidemia. 


Concentrandomi su questa routine qualcosa mi viene in mente, una certezza che in qualche modo mi rassicura. Pur circondata da comodità anche io sto facendo qualcosa per sopravvivere, seguo le mie videolezioni, consegno i miei compiti, svolgo i test senza barare, leggo, studio, chiamo, mi interesso, cucino, guardo un film, faccio sport, non la do vinta a questo maledetto virus, a questo nemico insaziabile capace di strapparci tutto.


Ci ha portato via una normalità che dovremo riprogettare, persone care che hanno lasciato un vuoto in noi e una fetta della nostra vita che non potremo dimenticare, eppure non è stato in grado di strapparci la speranza, quella stessa indomita forza che ha portato la democrazia, che ha portato la libertà. 


Questa mattina pensando alla Festa della Liberazione avrei potuto meditare sull’ossimoro costituito da questa parola in tempo di reclusione forzata,


ma ho invece realizzato come io oggi stia vivendo l’apoteosi della libertà, l’incommensurabile privilegio di avere una voce, di imparare dal passato per edificare un mondo degno della libertà che mi è stata donata.


Elena Bersani




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